Il tempio di San Francesco

Il tempio di San Francesco al Terminillo, un’opera tutta da vedere.
Lo studioso francescano Venanzio della Vergiliana, ripercorrendo nel 1923 il tragitto che il Santo seguì per giungere nella valle reatina, così descriveva gli spazi che si proiettavano innanzi a Lui, pervasi da sensazioni di mistica spiritualità: «il paesaggio che balza d’improvviso innanzi agli occhi, è unico in tutta Italia. Specialmente se vi si giunge in un tramonto d’autunno inoltrato quando le luci del vespero sono ancora rosseggianti e il fiume di scintille d’oro investe tutto il Terminillo, all’oriente già con il crine nevoso…».
Sembra quasi una premonizione, che per bocca del viandante, il Santo indicasse il Terminillo come Suo ostello spirituale. E così fu!

Il tempio di San Francesco al Terminillo, un’opera tutta da vedere.
Lo studioso francescano Venanzio della Vergiliana, ripercorrendo nel 1923 il tragitto che il Santo seguì per giungere nella valle reatina, così descriveva gli spazi che si proiettavano innanzi a Lui, pervasi da sensazioni di mistica spiritualità: «il paesaggio che balza d’improvviso innanzi agli occhi, è unico in tutta Italia. Specialmente se vi si giunge in un tramonto d’autunno inoltrato quando le luci del vespero sono ancora rosseggianti e il fiume di scintille d’oro investe tutto il Terminillo, all’oriente già con il crine nevoso…».
Sembra quasi una premonizione, che per bocca del viandante, il Santo indicasse il Terminillo come Suo ostello spirituale. E così fu! Siamo nel primo dopoguerra, la povertà e la disoccupazione sono di casa, ma il richiamo del Santo Francesco si accende nell’anima del nuovo giovane parroco che tutti i giorni risale l’erta scalinata rudimentale che porta alla chiesetta di S. Maria della Vittoria sovrastante il piazzale di Pian de’ Valli. Anche Lui è francescano, dei frati minori, si chiama Riziero Lanfaloni e il Suo primario pensiero è quello di erigere il più alto tempio in onore del Santo. L’impresa, data la povertà lasciata dalla guerra, sembra una chimera, eppure è proprio la povertà francescana che darà forza e stimolo per mettere in piedi un cantiere. Ma ci vuole un terreno, di notevole superficie, soprattutto centrale, affinchè i fedeli giungano più numerosi senza più arrampicarsi fino alla chiesetta costruita dagli Alpini. Padre Riziero ricorre a Cesare Ferriani per il terreno, già individuato, dove sorge una piccola collinetta con un prefabbricato in legno della società Funivia. Ferriani, direttore della società, sottolinea le notevoli difficoltà, ma promette di parlarne con il Conte Ettore Manzolini amministratore delegato e proprietario del terreno e della Funivia.
Il Santo Francesco interviene ancora, gli oltre tremila metri quadrati del terreno vengono ceduti dalla Società a titolo gratuito, ma resta sempre il problema dei soldi per iniziare i lavori e spianare la collinetta. Dall’alto arriva ancora un’ispirazione: … «perché non iniziare con un cantiere di lavoro per i moltissimi disoccupati?» Così si giunse alla posa della prima pietra. In una solenne cerimonia, con tanto di «schola cantorum», trovò dimora la pietra proveniente dal convento di Assisi, benedetta dal Cardinale Carlo Confalonieri, Arcivescovo dell’Aquila, presenti autorità, insigni personalità fra le quali il Conte Manzolini, il Principe Ludovico Spada Potenziani, il marchese Raffaele Travaglini di S. Rita, il Principe Francesco Chigi della Rovere, cameriere segreto del Papa, Padre Vittorio Costantini, francescano, poi vescovo di Sessa Aurunca, Padre Luigi Caloisi di Lisciano unitamente e tanti suoi confratelli provenienti da Assisi. Era il 18 settembre del 1949 e fu il giorno più significativo di quel periodo.
I lavori iniziarono sbancando oltre 25.000 mc. di roccia, la paga giornaliera era di 500 lire, ed il pasto frugale degli operai consisteva in pane e pomodoro mentre gli attrezzi da lavoro erano pala, piccone, fioretto per le mine, mazza e carriola. Ci vollero lunghi anni di duro lavoro, di incertezze, soprattutto per il re-perimento dei fondi, anni nei quali il povero Padre Riziero s’ingegnò nelle modalità e con gli sforzi più disparati, impegnandosi anche nel lavoro manuale pur di vedere realizzata un’opera che senza dubbio era di molto superiore alle sue forze. Anche i vacanzieri e i proprietari di ville contribuirono con le loro offerte ad aiutare l’abnegazione del giovane parroco e, a loro ricordo, tutte le panche della chiesa sono incise con il nome dei donatori. Finalmente nella notte di Natale del 1956 ci riunimmo tutti, terminillesi e ospiti, per ascoltare la prima messa officiata da Padre Riziero nella costruzione ancora da terminare e senza riscaldamento. All’uscita della Chiesa una fitta nevicate ci accolse, il Santo benediceva così la sua casa e noi tutti.
Il Tempio di S. Francesco fu progettato dall’architetto Fidenzoni di Spoleto e l’impresa dell’ingegner Galgani lo costruì. Quest’ultimo annoverava fra gli avi la Beata Gemma Galgani alla quale fu dedicata una delle cappelle, in un primo tempo, ma successivamente la Beata fu “esiliata” e sostituita con S. Barbara, patrona di Rieti. Poi venne l’inaugurazione ufficiale il 22 agosto del 1964, ben 7 anni dopo la posa della prima pietra e fu un evento solennemente rimarcato nell’omelia di S.E. Monsignor Costantino Stella, Arcivescovo dell’Aquila.
Il Tempio votivo nazionale di S. Francesco, strutturalmente richiama i caratteri fondamentali delle Basiliche Francescane. Al centro della facciata spicca la sagoma del «protiro» (atrio) che ricorda la facciata della Porziuncola. In alto, al centro, distende le braccia benedicenti la scultura monolitica alta tre metri di Frate Francesco opera dello scultore B. Falda; sulla lunetta del portale d’ingresso è incastonata un’Annunciazione in bronzo, opera della scultrice Giovanna Fiorenti, mentre la prospettiva del complesso si completa con il campanile alto 52 metri, ben visibile dalla Lanfaloni) e a San Francesco. Continuando, sulla sinistra vediamo il fonte battesimale, la cappella di S. Barbara e nell’ultima trova posto l’organo. Facendo un passo indietro e soffermandoci alla cappella dedicata al Santo Francesco, non tutti sanno che nell’urna viene custodita una reliquia del Santo e che nel mondo solo tre luoghi possono vantare questo privilegio: la città di S.Francisco (U.S.A.), il paese di Piediluco presso Terni, e il monte Terminillo. Sulle pareti della cappella, bassorilievi in maiolica del Professor Abbozzo descrivono i momenti più significativi della vita del Santo e dinanzi all’urna arde perennemente una lampada votiva offerta, di anno in anno, dai comuni pedemontani.
Sostando in raccoglimento e/o ammirando le bellezze artistiche del Tempio, volgendo lo sguardo verso la volta a botte longilinea e para-bolica, scopriamo le vetrate laterali istoriate con i vari passaggi poetici del Cantico delle Creature. Conclusa la carrellata descrittiva è opportuno fare alcune considerazione su questa opera davvero stupenda per la spiritualità che diffonde, quasi a protezione della valle sabina con la statua del Santo che apre e stende le braccia in atto benedicente. Ci sono due aspetti che vengono sottovalutati sull’importante collocazione di quest’opera: la valenza religiosa e anche quella turistica. Sembrerebbe che ambedue siano da sempre disattese, in quanto, le comunità francescane hanno abbandonato il Terminillo; i fedeli vengono indirizzati esclusivamente sui quattro santuari tradizionali con «tours» versione «turismo», e del Tempio terminillese, osservando statisticamente le presenze, non se ne parla o quasi. Ciò è molto riprovevole perché, «absit iniuria verbis», l’asse Valle Santa, Cascia, Loreto, passa per la strada provinciale Rieti – Terminillo – Leonessa, sopratutto durante l’estate. Ma ringraziamo il Signore, perchè ora la cura della chiesa è affidata alla Fraternità Monastica della Trasfigurazione dei Padri Benedettini che hanno saputo dare nuovo impulso alla struttura, dotata anche di un’ala con notevole capacità ricettiva per ospitare coloro che desiderano rivitalizzare la propria identità cristiana in un ambiente decisamente Francescano con «frate sole e sorella terra» ancora puri.
di: Franco Ferriani

Una Montagna per tutti e per tutte le stagioni

In ricordo dell’amico Alpinista ALBERTO BIANCHETTI
«Una Montagna per tutti e per tutte le stagioni»
Il gruppo del monte Terminillo è il più importante dei quattro in cui si può dividere l’intera catena dei monti Reatini sia per interesse alpinistico e sciistico che per caratteri di flora e di fauna. Esso è costituito da un complesso di cime separato da profonde valli ed eleganti creste.
Ad est il corso del Velino lo divide con una profonda gola dal monte Giano (m.1820), continuando il suo corso il fiume ne delimita tutto il versante sud mentre ad ovest è limitato dalla pianura di Rieti e dal vallone di Lisciano fino alla sella di Cantalice, a nord infine dalla pianura di Leonessa.

In ricordo dell’amico Alpinista ALBERTO BIANCHETTI
«Una Montagna per tutti e per tutte le stagioni»
Il gruppo del monte Terminillo è il più importante dei quattro in cui si può dividere l’intera catena dei monti Reatini sia per interesse alpinistico e sciistico che per caratteri di flora e di fauna. Esso è costituito da un complesso di cime separato da profonde valli ed eleganti creste.
Ad est il corso del Velino lo divide con una profonda gola dal monte Giano (m.1820), continuando il suo corso il fiume ne delimita tutto il versante sud mentre ad ovest è limitato dalla pianura di Rieti e dal vallone di Lisciano fino alla sella di Cantalice, a nord infine dalla pianura di Leonessa. La cima principale del gruppo è il Monte Terminillo (m. 2216) ad est di questo è il Monte Valloni (m. 2028) collegato al Monte Brecciaro (m. 1954) e Monte Ritornello (m. 1874) con una grande cresta, al nord il Monte Porcini (m. 1982) e il Monte Cambio (m. 2081). Le considerazioni e le riflessioni sulla Montagna, che protegge ed osserva da sempre questa meravigliosa valle che attraverso i monti Sabini ci conduce fino al Mar Tirreno, sono ovviamente filtrate dalla mia lunga esperienza di alpinista che in tanti anni di attività, ha avuto modo di osservare il rapporto tra uomo e montagna in molte situazioni e in molte zone del nostro pianeta, dagli Appennini alle Alpi, alle Ande, all’Himalaja, alle Regioni Artiche. Per quanto riguarda il paesaggio, la fascia della faggeta si estende compatta a partire dalle quote intorno ai 1000 metri, al disotto domina la foresta a «Quercus cerris», oltre i 1300 metri domina incontrastato il «Faggio» fino a circa 1800 metri lasciando il posto a grandi macchie di «Ginepro nano».La fauna è quella tipica delle zone appenniniche e in questi ultimi anni ha trovato di nuovo il suo habitat naturale il lupo e l’aquila reale.
Terminillo allungato da nord a sud ha da sempre proiettata la sua lunga ombra sulla valle reatina preannunciando il nuovo giorno, e con gli ultimi raggi del sole al tramonto, esaltando tutte le sue forme, ha scandito il tempo di infinite generazioni. Ha esercitato e continuerà sicuramente a farlo, un’attrazione che è insieme protezione e memoria e in una cultura orientale avrebbe anche un valore di sacralità come sacre sono considerate la vette Himaljane.
Il Terminillo, questo gigante buono, caratterizza anche il tempo delle stagioni utilizzando quelle variazioni cromatiche che solo la natura ci può offrire: il bianco candido durante l’inverno, il rosso il giallo e il marrone dell’autunno, il verde più o meno intenso della primavera e dell’estate.
Il Terminillo è testimonianza della nostra storia organica ed inorganica, noi,in una dimensione temporale infinitamente più corta, conosciamo e testimoniamo la sua storia: «…ancora vi è una montagna in li monti di Leonessa nel regno alli confini di Ariete, dove dicono che nel mezzo d’Italia è un monte che si dice Terminile il quale è altissimo e pieno di fontane…». Così l’ing. Francesco de Marchi in un suo scritto del 1573. Si ha notizia di una esplorazione compiuta nel 1682 dal naturalista ligure Silvio Boccone, vi è anche uno scritto del 1812 sul monte Terminillo dello studioso di Etnologia ed esperto alpinista G. Bellucci. All’inizio del 1900 si costruì il primo rifugio; la struttura in legno del rifugio Re Umberto I° (ora Massimo Rinaldi) fu ufficialmente presentata con straordinario successo all’Esposizione Internazionale di Parigi. La tipicità della montagna rispetto alle altre dell’Appennino è quella di elevarsi improvvisamente, circondata da tante vallate, e dare ad ogni versante un volto diverso ed una vocazione diversa. Molte sono le vocazioni che ha questa montagna, vocazioni che si riflettono sulla nostra vita ed interagiscono in tutti i suoi aspetti esistenziali sia di natura biologica, etica ed economica. Ogni versante ha una sua vocazione e permette una adeguata fruizione turistica e sportiva.
I dolci crinali sud-sudovest con le bellissime faggete, forse i primi ad essere saliti, offrono opportunità di un escursionismo per tutti; ad est e sud e sud-est profonde vallate: Valle Scura, Valle della Meta, Prato Sassi, Valle Maiolica…, oltre all’escursionismo offrono opportunità allo sci alpinismo e allo sci di fondo, i versanti nord- nord-est ed ovest che scendono direttamente dalla vetta danno un’immagine più ardita, direi quasi dolomitica a questa montagna ed offrono la possibilità di arrampicate su roccia e sul ghiaccio d’inverno e discese di sci estremo, tutto questo dà una evidente tipicità a questa montagna «una Montagna per tutti e per tutte le stagioni». Conoscendo la sua storia si può nel silenzio dei suoi boschi e delle vallate ascoltare ancora il richiamo dei pastori, l’ansimare dei primi pionieri escursionisti che inconsapevoli davano le prime forti motivazioni per fare di questa montagna un polmone turistico voluto e realizzato negli anni ’30. Nei versanti più arditi sembra di ascoltare il tintinnio dei moschettoni dei chiodi e del martello e le tipiche frasi degli alpinisti rotte dalla fatica e dalla tensione: «…metto un chiodo… dammi corda… vieni…» sono tutte queste sensazioni forti che questa montagna custodisce e trasmette. In fine tutti i paesi abbarbicati ai vari versanti: Leonessa, Sigillo, Posta Micigliano, Lisciano, Cantalice quasi a proteggersi e proteggere il Terminillo conservando tutta una storia di tradizioni leggende, folklore e cultura di un ambiente montano.
Tra questi in modo inequivocabile Lisciano è quello che più di altri ne è l’espressione più autentica sia sul piano urbanistico che su quello sociale, si coniuga con l’ambiente in modo simbiotico, sembra quasi un alpinista che guadagna metro su metro una parete di roccia, sono pochi i paesi che nell’Appennino hanno le stesse caratteristiche tra questi lo potrei gemellare con Pietra Camela nel G. Sasso.
Attraversando nelle varie stagioni le sue viuzze strette ripide, sembra di ascoltare i suoni, sentire gli odori, quasi rivedere immagini e colori di un passato che grazie a molte famiglie e nuove generazioni continua vivere conservando e trasmettendo quei sentimenti e valori semplici ma universali nel tempo e nello spazio.
di Alberto Bianchetti

LA DOLCE VITA AL TERMINILLO

LA DOLCE VITA AL TERMINILLO
Nella storia degli anni ’50 e ’60, «La Tavernetta» di Dino Zamboni resta famosa per aver regalato agli ospiti del Terminillo le serate più gaie e spensierate, la nascita di nuove amicizie e innamoramenti come fuochi d’artificio. A sinistra del bar, dove Danilo Maurizi preparava i cocktails, era ubicata la piattaforma per l’orchestra. Per un lungo periodo, un complesso particolarmente dotato e con repertorio da Hit Parade rallegrò le serate di attori e attrici, di coppie di mezza età e dei giovani che allora non si annoiavano, bensì venivano spesso rampognati dai genitori perché troppo nottambuli (all’epoca le regole familiari erano più rigide e rispettate).

LA DOLCE VITA AL TERMINILLO
Nella storia degli anni ’50 e ’60, «La Tavernetta» di Dino Zamboni resta famosa per aver regalato agli ospiti del Terminillo le serate più gaie e spensierate, la nascita di nuove amicizie e innamoramenti come fuochi d’artificio. A sinistra del bar, dove Danilo Maurizi preparava i cocktails, era ubicata la piattaforma per l’orchestra. Per un lungo periodo, un complesso particolarmente dotato e con repertorio da Hit Parade rallegrò le serate di attori e attrici, di coppie di mezza età e dei giovani che allora non si annoiavano, bensì venivano spesso rampognati dai genitori perché troppo nottambuli (all’epoca le regole familiari erano più rigide e rispettate). Tornando ai solisti del complesso hanno tutti avuto successi a livello nazionale e oltre, come il sassofonista Gabriele Varano che diventerà a breve il sax più famoso d’Italia con Peppino Di Capri, ricordate «Twist again»? Anche il batterista «Bebè», così lo chiamavano, si unì con Varano nel complesso di Peppino. Si diceva nella puntata precedente che il proprietario della «Tavernetta», Dino Zamboni, era un po’ animatore ma spesso vittima di una lunga serie di scherzi, a volte anche piuttosto pesanti, che coinvolsero per una lunga estate tutti gli ospiti dell’hotel Savoia e non solo.
Gli scherzi venivano programmati e organizzati sempre dalla stessa banda di burloni, composta da ragazzi e adulti e sempre con le stesse vittime: Dino il playboy e Francesco Carosi, detto «Checco» notissimo gaudente ormai prossimo alla terza età, ospite fisso del «Savoia». Fu un anno indimenticabile nel quale non ci fu mai spazio per la noia.
Tanto per accennare alla personalità di «Checco», questi aveva i capelli bianchi e la pancetta, era un uomo che sapeva coniugare il più divertente umorismo con il saper vivere senza pensieri, tanto che nella sua Aprilia metallizzata (un lusso per gli anni ’50), invece della ruota di scorta aveva un bar completo di superalcolici, noccioline, olive, patatine e molto altro.
Altro personaggio di spicco, sempre pronto ad organizzare scherzi a discapito di Dino e Checco, era l’ingegner Papparella, presente al Terminillo in estate e in inverno, e proprio con la neve amava correre, anche con la nebbia, nudo, salvo un leggero costume da bagno, peraltro molto succinto.
Fu proprio Papparella che alle Olimpiadi del ’56 a Cortina D’Ampezzo, fu ripreso dalla RAI, ancora in bianco e nero, mentre veniva dissepolto dalla neve da una Sofia Loren molto giovane ammiccante, meravigliosa e sorpresa. Questi erano i personaggi che soggiornavano al Terminillo!
Gli anni successivi, e siamo arrivati al ’60, cambiarono molte cose: all’albergo Roma, ora non più degli Amici (che lo costruirono), arriva il Comm. Alecce, proprietario dell’Istituto Farmacoterapico Italiano di Roma e di una società che fabbricava il «Mambo», mangiadischi per i quarantacinque giri di vecchia memoria. Alecce, dunque, acquista il «Roma», rinverdisce la clientela con molti suoi amici e allestisce un «night» dove la sera scendono le giovani mamme degli alunni del «San Giuseppe – Villa Flaminia», scuola che tenta di educare i figli della migliore società romana.
Alecce è molto disponibile e sponsorizza serate e giornate con giochi, cacce al tesoro alla quale partecipano anche i suoi due figli, Pasqualino e la sorella Sandra, che poi sposerà Franco Carraio ( vedi calciopoli). Ma alla metà degli anni ’60 anche Alecce passò la mano, albergo e night vennero chiusi e si aprì un cantiere per trasformare l’hotel «Roma», il glorioso Hotel Roma, in un residence, bello ma senza anima. E così con pochi alberghi si uccide il turismo.
Ma arriva il 1966 con delle ottime novità per gli ospiti delle ore piccole. In Via Paisiello – a Roma – in uno splendido studio con tanto di Champagne e di segretarie in minigonna, due amici convocano il Dr. A. Silvestri e lo scrivente per avere informazioni sulla stazione sciistica del Terminillo e per avere un parere sull’intenzione di acquistare il cinema di nuova costruzione, nonché tutto il piano «belvedere» dell’appena ultimato residence «Tre Faggi».
I due signori in questione si chiamano Rino Ranno (siciliano), ma con galleria d’arte in via Gregoriana, a Roma, e Giorgio Fabbri (poi indagato perché coinvolto nelle intercettazioni telefoniche che colpirono Chiatante, Presidente dell’ANAS di allora). A loro credito va detto che seppero creare un complesso di attività di ottimo livello. In particolare lo «Sporting Club», night arredato con molto gusto e frequentatissimo da un pubblico anche straniero, come Madame Guigà, moglie di un ministro tunisino che portò al Terminillo anche ballerine autoctone di danza del ventre.
A tarda notte si passava a fare uno spuntino o due spaghetti nel ristorante adiacente, con tanto di direttore di «Orizzonti», poi passato allo «Scacco Matto», prestigioso locale romano situato nei pressi di piazza del Popolo.
È singolare ricordare la nascita dell’unione imprenditoriale dei due soci, Ranno e Fabbri, i quali raccontavano di avere iniziato nella stanza di un albergo dove, seduti su di un letto, guardavano un notevole gruzzolo di contanti pensando a come investirlo. Il risultato delle riflessioni fu: investiamo al Terminillo.
Nelle serate allo «Sporting» era frequente trovare personaggi famosi, come Nicola Pietrangeli con la moglie Susy Artero, già separati, l’attrice Susanna Podestà, presente anche negli anni ’50, il cantante Franco Califano, Diana de Feo, poi moglie di Emilio Fede e ancora i Micheletta e i Magrì, alti dirigenti I.R.I.; i Conti Betti, il Principe Urbano Barberini Sforza, i de Gaetani, i Torre e tanti altri nomi che anche oggi troviamo sulle piste del Terminillo. Poi, anche se lentamente, la vena mondana della nostra montagna è andata esaurendosi per anni, fino ai giorni nostri in cui possiamo vedere riprendere una nuova vitalità.
Di: Franco Ferriani

Terminillo: non è un vulcano

Terminillo: non è un vulcano
Di Leonida Carrozzoni – Quando il Direttore mi ha telefonato, chiedendomi un pezzo sulla natura geologica del Terminillo, non ha esitato a dirmi di descrivere il meglio possibile questo vulcano, perché di vulcano si tratta.
È questo ciò che crede la gran parte degli abitanti di Rieti e d’altronde, vedendo dal basso questa montagna a forma di cono perfetto viene subito spontaneo l’accostamento ad un vulcano.

Terminillo: non è un vulcano
Di Leonida Carrozzoni – Quando il Direttore mi ha telefonato, chiedendomi un pezzo sulla natura geologica del Terminillo, non ha esitato a dirmi di descrivere il meglio possibile questo vulcano, perché di vulcano si tratta.
È questo ciò che crede la gran parte degli abitanti di Rieti e d’altronde, vedendo dal basso questa montagna a forma di cono perfetto viene subito spontaneo l’accostamento ad un vulcano. In effetti a Rieti e precisamente a Vazia nei pressi di Cupaello esiste, anzi è esistito un vulcanello dovuto ad una non ben precisata eruzione avvenuta all’incirca 400.000 anni fa nel Pleistocene, da una non ancora rinvenuta frattura del terreno che ha dato luogo ad una colata di magma . Questa colata raffreddandosi ha formato questo vulcanello che aveva una lunghezza di circa setteottocento metri per una larghezza di circa duecento metri ed una potenza di una decina di metri massimo,Ho detto che questo vulcanello è esistito, infatti ora non esiste più e di esso sono rimaste soltanto alcune testimonianze di pochissimi blocchi tra l’altro non molto grandi, almeno fino a quando li abbiamo visti, cioè una ventina di anni fa. Questa roccia, cui alcuni studiosi avevano dato il nome di Coppaelite o Cupaellite, proprio dal paese ad essa più vicino, frantumata e ridotta a brecciolino, è servita a suo tempo per asfaltare alcune strade della provincia di Rieti.
Tornando al Terminillo, possiamo senz’altro sfatare la leggenda del vulcano, infatti esso è di origine sedimentaria, essendosi formato per il successivo e continuo accumulo su fondali marini di materiali detritici dovuti ai resti di organismi animali per gran parte a composizione calcarea ed a materiali detritici derivanti dall’erosione di rocce preesistenti. Questa deposizione, avvenuta molto lentamente lungo milioni di anni, in ambiente marino profondo, è localizzata nel bacino di sedimentazione cosidetto Umbro-Marchigiano, anche se nella nostra zona, che era di Transizione tra quella Umbro-Marchigiana e quella Laziale-Abruzzese, sono presenti notevoli intercalazioni detritiche diverse da quelle generalmente depositatesi nell’abiente marino profondo. Non a caso la nostra zona, in alcune sue parti viene definita Zona di Transizione Sabina ed infatti essa si trova proprio al passaggio tra il bacino di sedimentazione pelagica Umbro-Marchigiana e la Zona di sedimentazione Laziale-Abruzzese, caratterizzata da mare poco profondo.
Il bacino di sedimentazione in acque poco prodonde, comune ai bacini di sedimentazione già descriti, ha dato luogo ad una roccia che testimonia proprio questa coesistenza, il Calcare massiccio presente in tutta l’area centro-settentrionale. Successivamente, una serie di disloca-zioni tettoniche, dovuto ai movimenti della crosta terrestre, ha ribassato l’area Umbro-Marchigiana rispetto a quella Laziale-Abruzzese con la conseguenza di un cambiamento nella deposizione dei materiali detritici e quindi una diversa sedimentazione. Successivamente, parliamo di alcuni milioni di anni, il movimento della crosta terrestre cambiò direzione, invertendone il senso sempre lungo questa frattura conosciuta come Linea Ancona-Anzio e determinando un sovrascorrimento di alcune rocce sulle altre. Questo fenomeno è maggiormente riscontrabile e visibile nel tratto che alcuni Autori chiamano Linea Antrodoco-Olevano.
Questa catena montuosa, appena formatasi, ha subito quasi subito, parliamo sempre di centinaia di migliaia di anni, tutta una serie di dislocazioni tettoniche che hanno dato luogo ad una diversa conformazione dell’insieme creando quella che è pressappoco la situazione attuale con forme aspre e dirupate, ancorché molto suggestive dal punto di vista paesaggistico.
Spero che nessuno, dopo aver letto queste note, possa avere ancora dei dubbi sulla vera origine del Terminillo e comunque, se questi dubbi dovessero restare, li invitiamo a verificare di persona unendo l’utile delle passeggiate al dilettevole della conoscenza.

Big Bang al Terminillo

Big Bang al Terminillo
La storia del grande mosaico della chiesa di San Francesco nel racconto degli autori
Qualche tempo fa lo scrittore Marco Lodoli, visitando il San Francesco del Terminillo, s’emozionò davanti al grande mosaico absidale; aveva in mente il racconto dei sei giorni della Creazione appreso da bambino al catechismo: tenebre e luce, piante e animali, il giardino dell’Eden, Adamo ed Eva, l’albero del frutto proibito e, nascosto da qualche parte, il serpente tentatore.
«Così nell’immenso mosaico potremmo aspettarci acqua e terra, uccellini e belve mansuete, armonia e tentazione.

Big Bang al Terminillo
La storia del grande mosaico della chiesa di San Francesco nel racconto degli autori
Qualche tempo fa lo scrittore Marco Lodoli, visitando il San Francesco del Terminillo, s’emozionò davanti al grande mosaico absidale; aveva in mente il racconto dei sei giorni della Creazione appreso da bambino al catechismo: tenebre e luce, piante e animali, il giardino dell’Eden, Adamo ed Eva, l’albero del frutto proibito e, nascosto da qualche parte, il serpente tentatore.
«Così nell’immenso mosaico potremmo aspettarci acqua e terra, uccellini e belve mansuete, armonia e tentazione.

E invece, incredibile a vedersi, c’è il Big Bang […] l’esplosione iniziale, il boato di luce e materia che si espande vorticosamente trasformando il nulla in universo. Onde cubofuturiste si inseguono dal centro verso i bordi, il nucleo dorato si allarga in cerchi azzurri, e una diafana colata d’argento lo attraversa, come volontà divina». ( La Repubblica, 13-01-2013)
Le stesse emozioni provate dallo scrittore, stupore, meraviglia, sbalordimento, colpiscono il visitatore o il fedele che si trovi di fronte alla grande opera e la guardi senza il velo del pregiudizio. Nessuno rimane indifferente.
Il mosaico del Terminillo prova con evidenza come l’arte moderna possa esprimere il sentimento religioso del nostro tempo senza scendere a compromessi, dai risultati spesso deprimenti, con certe forme correnti dell’arte sacra contemporanea, derivate da una grande tradizione ma non di rado corrive nella loro realizzazione e ormai consunte dall’uso.
Il tempio di San Francesco, voluto dai frati Minori Conventuali umbri nel decennale della proclamazione del Santo a patrono d’Italia, fu realizzato con volontà ferrea da p. Riziero Lanfaloni (1922-1995) tra il 1949 e il 1964, anno dell’inaugurazione, su progetto dell’architetto Paolo Fidenzoni di Spoleto.
Padre Riziero si avvalse a lungo della collaborazione di Pietro (1935-2007) e Francesco (1939-2004) Vitali, due imprenditori artisti di Foligno che si occuparono della decorazione e arredo della chiesa, scegliendo gli artisti, distribuendo gli incarichi e intervenendo nella realizzazione delle opere. L’artista umbro Luigi Frappi fu incaricato da Pietro Vitali di preparare un bozzetto per un mosaico che doveva completare l’abside della nuova chiesa, fino a quel momento un grande guscio bianco. Era il 1974.
Luigi Frappi, nato nel 1938 a Bevagna (PG), dove vive e lavora, è pittore di raffinati paesaggi dove la presenza umana sembra assente e di splendide e misteriose nature morte. La sua arte, fedele alla tradizione ma niente affatto anacronistica, non imita né replica la pittura antica ma la sviluppa modernamente con potenza visionaria e giochi preziosi di luci e ombre. Il suo curriculum riporta una lunga serie di mostre e realizzazioni; nel 2011 ha partecipato alla 54a edizione della Biennale di Venezia nel padiglione italiano curato da Vittorio Sgarbi, indicato dall’architetto Paolo Portoghesi, suo grande estimatore e membro del comitato incaricato di selezionare gli artisti.
Nel bozzetto per il Terminillo Luigi Frappi immagina una esplosione di luce che s’irradia da un nucleo centrale a forma di colomba nello spazio oscuro, sconfiggendo le tenebre, come l’esplosione di una supernova; domina la gamma degli azzurri, nelle diverse tonalità, percorsi da guizzi di giallo, di bianco, di viola, di rosso; IN PRINCIPIO, CREÒ DIO IL CIELO E LA TERRA, così lo sottoscrive e lo firma GIGI FRAPPI.
L’opera richiama le avanguardie del Novecento – Futurismo, Astrattismo, Informale – e il lavoro di artisti come Giacomo Balla (1871-1958) e Gerardo Dottori (1884-1977), il pittore umbro esponente dell’Aeropittura e dell’Arte sacra futurista.
I rapporti tra l’artista e Vitali nel 1974 sono tutt’altro che amichevoli e distesi: il bozzetto di Frappi, destinato a dare origine a un mosaico di trecentocinquanta metri quadrati, viene pagato la misera somma di ses-santamila lire. Vitali utilizza il bozzetto senza coinvolgere minimamente l’artista nella sua trasposizione. Frappi, come mi ha confermato personalmente, non s’è mai recato al Terminillo per vedere come è stato realizzato.
Padre Riziero e i fratelli Vitali devono ora costruire la grande opera: si tratta di sviluppare su una superficie gigantesca l’idea di Luigi Frappi senza svilirla con una realizzazione debole o approssimativa.
Il lavoro è affidato a Domenico Colledani, giovane ma già esperto mosaicista; nato nel 1945 a Spi-limbergo (Friuli), si diploma presso la Scuola Mosaicisti della sua città ma presto si trasferisce a Milano per lavorare nel campo delle realizzazioni musive. Nel 1973 fonda una sua ditta, la Mosaic Art. Oggi ricorda con piacere e soddisfazione l’impegno per il Terminillo, che ci descrive con ricchezza di particolari:
«Già mio cliente da diversi anni, il Vitali [Pietro] venne a trovarmi, facendomi vedere il bozzetto a colori, di dimensioni piuttosto piccole, e mi disse che mi dava piena libertà di interpretazione. Doveva essere però un mosaico moderno in tutti i sensi, cioè un po’ fuori dagli schemi tradizionali.
Accettai subito con entusiasmo, anche se il budget non era molto ricco e i guadagni limitati. Inoltre in quel periodo mosaici di quelle dimensioni non erano così frequenti. Successivamente, negli anni a venire, ne ho realizzato, assieme ai miei collaboratori, anche di molto più grandi ad esempio i mosaici della grande Moschea di Abu Dabi, 1200 mq.
Avuto l’OK da Vitali, mi misi subito all’opera e conobbi Padre Ri-ziero, che mi diede pieno accesso per rilevare quante più misure possibili.
Realizzai un plastico in scala (c’è ancora qui nel mio laboratorio!) e disegnai graficamente il bozzetto, mantenendo il chiaro-scuro: geometricamente sono 5 spicchi che si rastremano verso l’alto. Dal plastico in scala riuscii a trarre tutte le misure intermedie che, data l’altezza dell’abside, non avevo potuto prendere nel mio sopralluogo.
Successivamente, per mezzo di un episcopio (una specie di proiettore) elaborai ogni singolo spicchio a grandezza naturale, sviluppando il disegno del bozzetto.
All’epoca tutti i mosaici venivano realizzai con la tecnica a rivol-tatura, cioè le tessere vengono incollate su carta a rovescio. Il mosaico è poi posato in opera con intonaco fresco, lasciando la carta a vista. Viene rimossa la carta, bagnandola con acqua, e il mosaico, pulito dai resti della colla di farina, è stuccato con cemento e calce. È una tecnica ancora molto in uso, anche nel mio laboratorio, ma la superficie del mosaico rimane liscia. Nel mosaico del Terminillo, però, io decisi di usare una tecnica diretta e cioè comporre direttamente il mosaico con la superficie definitiva già a vista. Facendo così avrei potuto usare materiali di diverso spessore che avrebbero reso il mosaico più vibrante e mosso. È la tecnica diretta usata già dai Bizantini, che consisteva nel disegnare sul muro il mosaico da realizzare. Poi sul muro veniva spalmato il legante e cioè calce, sabbia, coccio pesto e pozzolana e le tessere venivano collocate direttamente nel legante, componendo il mosaico.
Tuttavia, dovendo usare quel sistema, avrei dovuto soggiornare con i miei collaboratori al Terminillo per diversi mesi e i costi sarebbero stati molto alti, anche perché avrei dovuto portare il magazzino dei materiali.
Decisi perciò di realizzarlo, sì, con la tecnica diretta, ma nel mio laboratorio [di Milano], componendo il mosaico con una colla nuova, proveniente dagli Stati Uniti, usando come supporto una rete di cotone. Quindi ho sezionato l’opera in tanti pezzi numerati di dimensione di circa 50×50 cm, realizzando contemporaneamente un piano di posa in opera, che comportava la riunificazione dei diversi pannelli, come in un puzzle.
Realizzammo il mosaico in circa tre mesi. Poi fu imballato in scatole di cartone rigido e spedito al Terminillo. Devo precisare che oggi con colle tipo Mapei o altre è una tecnica molto usata dai mosaicisti, ma allora, non essendoci le colle o resine epossidiche, fui uno dei primi a usare quella tecnica, proprio nel mosaico del Terminillo.
I materiali usati nella composizione del mosaico sono stati i marmi, gli smalti veneziani, le paste vitree in pezzature varie, anche di dimensioni notevoli e nelle forme più disparate e in alcune parti inserii anche vari tipi di oro, sempre in pezzature varie, per dare luminosità e impreziosire le parti più chiare del mosaico.
Il montaggio e la ricomposizione al Terminillo richiesero una quindicina di giorni di lavoro per me e altri tre posatori.
Fummo ospitati per il periodo dei lavori nell’albergo dell’Aviazione e Padre Riziero era sempre quotidianamente presente nel seguire la posa. Alcuni anni dopo, ebbi modo di rincontrare Padre Riziero a Gabicce in occasione della realizzazione del mosaico nella locale Chiesa dei Frati, su disegno del pittore Nastasio.
Sia il Vitali che Padre Riziero furono molto soddisfatti del risultato».
E avevano buoni motivi per es-serlo, per la buona riuscita dell’opera nata in circostanze così particolari.
P. Luigi Faraglia, assiduo del Terminillo e successore di P. Riziero nella parrocchia, scrive: «P. Riziero sentiva come una sua creatura questo mosaico. Domenico [Colledani], non sentendosi pienamente libero, minacciò più di una volta di smettere e tornarsene a casa. Quando si trattò di saldare l’opera ci fu gran pace e gioia per ambedue». (L. Scolari, M. Marinelli, Templun Pacis Sancto Francisco… p. 40).
Anni dopo, tra il 1978 e il 1981, fu necessario, per proteggere la facciata, realizzare una tettoia decorata con una grande scritta a mosaico che riprende forme e colori di quello interno absidale. La scritta riprende il titolo del bozzetto di Frappi, In principio Dio creò il cielo e la terra; lì accanto, una iscrizione riporta, ecumenicamente, i nomi degli autori che, in modi diversi, hanno partecipato alla realizzazione : Padre Riziero Lanfaloni / Luigi Frappi / Dome-nico Colledani / Pietro e Francesco Vitali / realizzarono nel 1975.
Sono passati quarant’anni. Le intemperie, le infiltrazioni d’acqua, i salti di temperatura hanno causato il distacco di molte tessere del grande mosaico dell’abside, altre sono pericolanti: è urgente un consolidamento e un restauro attento e rispettoso che salvaguardi questo tesoro artistico del Terminillo.
di Alberto Dionisi